L’attenzione internazionale torna a concentrarsi sugli hantavirus dopo il focolaio registrato a bordo di una nave da crociera e i casi sospetti collegati a una trasmissione avvenuta durante un viaggio in aree rurali. A fare il punto della situazione è stato il virologo e igienista Fabrizio Pregliasco, direttore della Scuola di Specializzazione in Igiene e Medicina Preventiva dell’Università Statale di Milano, intervenuto ai microfoni di RadioSalute.it
Ascolta il podcast con l’intervista integrale al prof. Pregliasco. (Tempo di ascolto: 08:21)
Che cos’è l’hantavirus
L’hantavirus è una famiglia di virus conosciuta dagli anni Settanta e associata principalmente ai roditori. La trasmissione avviene soprattutto attraverso il contatto con urine, feci o saliva di animali infetti. In alcuni casi il virus può provocare forme cliniche severe, con interessamento emorragico o polmonare.

Il prof. Pregliasco ha spiegato che il sottotipo coinvolto nel focolaio attualmente sotto osservazione sarebbe il virus Andes, già noto in passato per episodi registrati in Sud America, in particolare in Argentina, dove sono stati documentati anche casi di trasmissione da uomo a uomo.
“Il virus può determinare forme molto gravi a livello polmonare e respiratorio, ma esistono anche casi più lievi o paucisintomatici, con febbre, diarrea e sintomi aspecifici”, ha sottolineato l’esperto.
Il focolaio di hantavirus sulla nave da crociera
L’episodio che ha acceso i riflettori internazionali riguarda una nave da crociera di piccole dimensioni, con circa 150 passeggeri a bordo, impegnata in un viaggio dedicato al birdwatching e alle escursioni in ambienti naturali.
Secondo le prime ipotesi riportate da Pregliasco, il possibile “caso indice” potrebbe aver contratto il virus durante una delle escursioni a terra in aree verdi o rurali, trasmettendolo successivamente alle persone più vicine.
Tra le vittime ci sarebbero anche marito e moglie anziani, soggetti considerati più fragili e quindi maggiormente esposti al rischio di complicanze severe.
Le indagini internazionali sono ancora in corso per chiarire:
- dove sia avvenuto il contagio iniziale;
- se vi sia stata trasmissione interumana;
- quanti soggetti siano stati realmente esposti.
Quali sono i sintomi dell’hantavirus
I sintomi dell’hantavirus possono variare molto da persona a persona. Nei casi più lievi possono comparire:
- febbre;
- malessere generale;
- diarrea;
- dolori muscolari;
- stanchezza.
Nelle forme più severe, invece, il virus può provocare:
- polmonite;
- insufficienza respiratoria;
- sindromi emorragiche;
- necessità di ricovero in terapia intensiva.

Proprio la possibilità di sintomi inizialmente poco specifici rende fondamentale la sorveglianza epidemiologica e il tracciamento dei contatti.
Hantavirus, esiste una cura?
Come spiegato dal prof. Pregliasco, oggi esistono test diagnostici specifici per identificare rapidamente l’infezione, un elemento importante che differenzia questa situazione dalle prime fasi della pandemia da Covid-19.
Non esiste però una terapia antivirale specifica universalmente efficace contro l’hantavirus. Il trattamento si basa soprattutto sul supporto delle funzioni vitali:
- ossigenoterapia;
- assistenza respiratoria;
- monitoraggio intensivo;
- gestione delle complicanze.
Nei casi più gravi può essere necessario il ricovero in terapia intensiva.
Il paragone con il Covid è corretto?
Il paragone con il Covid nasce spontaneo, soprattutto quando si parla di zoonosi, cioè infezioni trasmesse dagli animali all’uomo. Tuttavia, Pregliasco invita a evitare semplificazioni.
Secondo l’esperto, episodi come questo dimostrano che il rischio di nuove epidemie o pandemie è reale e continuerà a far parte della storia dell’umanità. Per questo motivo diventano fondamentali:
- la collaborazione tra Stati;
- lo scambio rapido di dati;
- il coordinamento sanitario internazionale;
- il monitoraggio epidemiologico tempestivo.
L’esperienza del Covid ha insegnato quanto sia decisivo intervenire rapidamente sui primi focolai per impedirne la diffusione su larga scala.

“Le epidemie sono come incendi: se si riesce a spegnere subito il focolaio iniziale, il problema resta contenuto. Se invece il contagio si allarga, la gestione diventa molto più complessa”, ha spiegato Pregliasco.
Qual è il rischio per l’Italia
Al momento, secondo quanto riferito dal virologo, il rischio per l’Italia e per l’Europa resta molto basso.
“Non abbiamo roditori portatori di hantavirus nel nostro Paese tali da creare una diffusione significativa”, ha chiarito Pregliasco.
Questo non significa però abbassare la guardia. Gli esperti raccomandano attenzione soprattutto in ambienti:
- rurali;
- poco igienizzati;
- chiusi da lungo tempo;
- frequentati da roditori.
Come proteggersi
La prevenzione resta lo strumento principale. Alcune precauzioni utili includono:
- evitare il contatto con escrementi di roditori;
- utilizzare guanti e mascherine durante la pulizia di cantine o magazzini;
- arieggiare gli ambienti chiusi prima di entrarvi;
- mantenere puliti gli spazi domestici;
- eliminare eventuali infestazioni di topi o roditori.
Pregliasco ha ricordato anche l’importanza della salute ambientale e della prevenzione territoriale, sottolineando come il rapporto tra uomo, ambiente e animali sia sempre più centrale nella comparsa di nuove infezioni.
L’importanza della cooperazione internazionale
Un altro tema centrale emerso riguarda il coordinamento tra Paesi. Organismi internazionali come Organizzazione Mondiale della Sanità svolgono un ruolo fondamentale nello scambio di informazioni, nella gestione dei pazienti e nella condivisione dei dati epidemiologici.
Secondo Pregliasco, ridurre la cooperazione internazionale in ambito sanitario potrebbe rappresentare un rischio proprio in una fase storica in cui le malattie infettive emergenti richiedono risposte rapide e coordinate.
Nessun allarme, ma attenzione alta
Il messaggio finale degli esperti è chiaro: niente panico, ma monitoraggio costante.
Ad oggi non esistono segnali di una diffusione incontrollata in Europa, ma il focolaio rappresenta un ulteriore promemoria della necessità di investire nella prevenzione, nella sanità pubblica e nella sorveglianza epidemiologica globale.
La comunità scientifica continua a monitorare l’evoluzione del caso per comprendere meglio dinamiche di trasmissione, gravità clinica e possibili sviluppi futuri.
