bimbo per glicogenosi

Glicogenosi: dalla terapia nutrizionale alla terapia genica

Tra le oltre mille malattie metaboliche vi sono anche 20 tipi di glicogenosi. Di questo si è parlato in un recente convegno a Roma

Secondo un recente lavoro di revisione, sono 1450 le malattie metaboliche, tutte di origine genetica, che, divise in gruppi e in categorie, coinvolgono organi e apparati diversi. Tra queste, vi sono i 20 tipi di glicogenosi a oggi conosciute, un gruppo di malattie metaboliche rare caratterizzato dall’accumulo di glicogeno (molecola di deposito del glucosio) a livello epatico e/o muscolare con diagnosi e meccanismi fisiopatologici complessi.

Se ne è parlato alcune settimane fa a Roma, nel corso del primo convengo italiano sul tema che ha riunito i massimi esperti nazionali di malattie metaboliche, oltre che pazienti e associazioni pazienti. Il convegno è stato realizzato con il supporto non condizionato di Vitaflo Italia, azienda del gruppo Nestlé Health Science, e con il patrocinio dell’associazione pazienti AIG (Associazioni Italiana Glicogenosi).

Una giornata importante, di condivisione e sensibilizzazione su queste patologie di cui si parla ancora troppo poco e che compromettono la qualità di vita di malati e caregivers.

Ascolta la nostra intervista al dott. Carlo Dionisi Vici, pediatra, responsabile dell’Unità operativa e dell’unità di ricerca malattie  metaboliche Ospedale pediatrico Bambino Gesù Roma, e coordinatore scientifico del primo convegno italiano sulle glicogenosi

Cosa sono le glicogenosi

I 20 tipi di glicogenosi, malattie rare caratterizzate dall’accumulo di glicogeno sia a livello epatico che muscolare, possono manifestarsi in momenti diversi della vita: dalla nascita all’età adulta, e non fanno distinzione di sesso. Colpiscono, infatti, in egual modo sia uomini che donne con l’eccezione della glicogenosi tipo 11 legata al cromosoma X, compromettendo, nelle forme epatiche più severe, la qualità della vita di chi ne è affetto e dei caregivers. Chi ne è affetto ha bisogno di mangiare a intervalli molto brevi altrimenti il decorso della malattia può avere anche un esito drammatico.

Diagnosticarle non è facile, soprattutto nei primi mesi di vita: nell’attesa di dare un nome ai disagi che attraversa il bambino che ne è affetto, gli organi accumulano glicogeno, il cervello comincia a soffrire e si possono anche avere conseguenze molto gravi.

“Ma c’è anche una buona notizia – sottolinea il dott. Dionisi Vici – grazie agli studi della genetica molecolare si è avuto un enorme contributo nella facilitazione diagnostica. Rispetto a prima, l’odissea diagnostica si è accorciata nei centri in cui è possibile fare questi esami: la possibilità di usare i pannelli della cosiddetta next generation sequencing, la nuova era della genetica, ci permette di fare uno screening di tutte queste condizioni e di vedere qual è la malattia nello specifico”.

Ma, continua Dionisi Vici, “è bene ricordare che la genetica non sempre fornisce informazioni chiare e definitive, e a volte non risolve i problemi, va interpretata e guidata. E, soprattutto, per diagnosticare queste malattie è indispensabile conoscerle. Un’ipoglicemia, infatti, può essere alla base di tante patologie. È importante anche l’utilizzo scientifico dei dati ottenuti dalla genetica: poter inserire nei database tutti i nostri risultati, permette di confrontarci a livello globale e poter attribuire la patogenicità alle mutazioni identificate per uscire dal limbo in cui una mutazione non ancora conosciuta potrebbe rimanere un punto interrogativo in termini di interpretazione diagnostica”.

Ricerca per la glicogenosi

“Per la ricerca si utilizzano dei principi oggi sulla cresta dell’onda, come per esempio l’utilizzo della terapia genica o della terapia che usa l’RNA messaggero (mRNA), che spero portino a future terapie innovative”, aggiunge Dionisi Vici che sottolinea anche l’importanza del coinvolgimento di pazienti e famiglie.

Quali sono le forme di glicogenosi con interessamento epatico?

Il tipo 1A e 1B sono due forme metaboliche ereditarie, con un rischio del 25% di trasmissibilità da parte dei genitori che ne sono portatori. Sono patologie caratterizzate da un sintomo apparentemente banale, l’ipoglicemia, ma che in realtà è grave, perché mette in difficoltà il cervello.

“L’ipoglicemia, l’abbassamento del glucosio nel sangue, si forma nel caso della glicogenosi di tipo 1A per la mancanza di un enzima, il glucosio-6-fosfatasi, e nel caso del tipo 1B per la mancanza di un trasportatore a esso connesso», spiega Alberto Burlina, Direttore dell’UOC Malattie metaboliche ereditarie, Direttore del Centro regionale malattie metaboliche ereditarie della Regione Veneto e direttore del Programma regionale screening neonatale allargato per le malattie metaboliche ereditarie dell’azienda ospedaliera Università di Padova. «Il glicogeno si accumula soprattutto nei casi di tipo 1A e 1B nel fegato, creando una situazione di fegato ingrandito con addome protrudente.  Se il bambino ha necessità di mangiare molto spesso – circa ogni due ore, dovuta alla comparsa della ipoglicemia, bisognerebbe sospettare una glicogenosi. Con ulteriori esami di laboratorio, poi, si può identificare una sofferenza epatica e con indagini di tipo molecolare, confermarne il sospetto”.

Entrambe le glicogenosi, sia il tipo 1A sia il tipo 1B, si presentano allo stesso modo ma, con il passare del tempo, la seconda presenta una caratteristica specifica: la presenza di infezioni ripetute, ad esempio afte della bocca. Entrambe le malattie vengono diagnostiche con esami specifici, ma non essendoci uno screening neonatale, come accade per altre 50 malattie metaboliche ereditarie, il carico diagnostico è del pediatra.

Approccio medico alle glicogenosi

Come si trattano le glicogenosi di tipo 1A e 1B?

“Si comincia con un approccio dietetico, che va a ridurre i tempi di digiuno e a prevenire l’ipoglicemia», premette Burlina. «Si possono usare zuccheri complessi e trova indicazione l’utilizzo dell’amido di mais o prodotti simili, che permettono un rilascio prolungato dei carboidrati. Nel tipo 1B si verificano frequenti infiammazioni dovute alla neutrofilia per le quali è possibile intervenire farmacologicamente per prevenire e diminuire questa sintomatologia. Oltre a questi trattamenti, può essere valutata l’ipotesi di trapianto epatico”.

La complessità della diagnosi e la difficoltà dei genitori ad accoglierla hanno portato alla creazione dell’Associazione italiana glicogenosi (AIG), che dal 1996 si impegna a fare da collegamento tra pazienti, centri di cura e Istituzioni. “AIG, con i suoi 350 iscritti, vuole essere un luogo di condivisione e confronto per promuovere la ricerca e supportare le famiglie”, dice Angela Tritto, presidente AIG, che è anche coautrice insieme a Alessandra Sala, entrambe mamme di due figli con glicogenosi, di “Leo un amico prezioso” (ed. Cleup).

“Il nostro obiettivo, oltre a sensibilizzare l’opinione pubblica su questa patologia rara ancora poco conosciuta, è quello di creare un rapporto sinergico tra l’ospedale, la famiglia e i caregivers. Siamo un punto di riferimento per tutto il territorio nazionale, e sul nostro sito (www.aig-aig.it), tra le varie indicazioni fornite, abbiamo creato “Voce amica”, un servizio telefonico a cui si possono chiedere informazioni inerenti alla gestione delle glicogenosi – aspetti sanitari, gestione socio/emotiva della malattia, contatti con famiglie residenti nella propria regione, aspetti fiscali…”.

Ma le difficoltà per chi è affetto da glicogenosi e per chi se ne prende cura sono tante. “La prima che si incontra è legata alla diagnosi”, sottolinea nuovamente Fabrizio Seidita, direttore scientifico di AIG (Associazione Italiana Glicogenosi) e co-chairman della Giornata sulle Glicogenosi. “È un problema cruciale per le malattie rare, che preferisco chiamare “malattie a diagnosi complessa”, perché richiedono attenzione ed esperienza. Convegni come La Giornata sulle Glicogenosi sono occasioni di riflessione per trasmettere conoscenza a chi ha meno dimestichezza con le malattie rare, e penso anche a pediatri e a medici di base, ma sono anche momenti per facilitare la ricerca. Oggi c’è grande fermento in diversi ambiti: se informatica, fisica quantistica, genetica e medicina collaborassero pienamente, potrebbero dare il meglio per la ricerca terapeutica”.

Insomma, sensibilizzare e condividere conoscenze ed esperienze porta sempre a collaborazioni proficue. Nella vita di tutti i giorni, nella ricerca e nella cura. Questa, almeno, è la speranza.

E’ stato anche lanciato il sito glicogenosi.it che raccoglie videointerviste ai medici, ai pazienti e all’associazione pazienti AIG.

Leggi anche il nostro articolo sulla PKU, altra malattia metabolica

Dorotea Rosso

Fonte: ufficio stampa Antonella De Minico

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