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Gaming patologico, intervista alla dottoressa Emanuela Atzori

La dipendenza dai giochi tecnologici è una vera e propria patologia che può portare conseguenze molto dannose a tutte le età

Un libro, Gaming patologico, quando il gioco diventa pericoloso, edito da Asino d’Oro affronta la questione nel profondo, tracciando anche le soluzioni per affrontare e risolvere il problema. Lo hanno scritto Dori Montanaro, Marinica Montanaro, Ilario Ritacco ed Emanuela Atzori.

Ascolta l’interessante intervista ad Emanuela Atzori, nel podcast che segue

Quando si entra in una situazione anomala, cosa scatta nella mente del videogiocatore che lo porta quasi a uno scollamento dalla realtà?

«Partiamo col dire che il gioco è una delle attività umane essenziali. Attraverso il gioco un bambino impara a conoscere se stesso e ad avere relazioni con altri esseri umani. In un caso patologico avviene una perdita di sensibilità. Una sensibilità che si cerca di recuperare attraverso una ricerca di sensazioni fortissime. Ma è solo un’illusione del sentire» ci ha spiegato la dottoressa Emanuela Atzori, specialista in psicologia clinica e psicoterapeuta e membro della Society for Psychotherapy Research (SPR) e del Comitato scientifico italiano della World Associatio of Dual Disorders.

Gaming patologico
Foto di Sam Pak su Unsplash

Gaming patologico, quando la realtà è virtuale

Spesso quando si videogioca in maniera compulsiva, ci si immerge in una realtà altra. Così precisa da sembrare reale, ma che di reale ovviamente non ha nulla. «L’uomo sano sa distinguere realtà e finzione. I videogiochi di oggi però danno sensazioni molto forti, si indossano addirittura occhiali e tute per sentire meglio. Chi non distingue la realtà vera dalla finzione lo fa per una fragilità di fondo, che lo porta a trasformare quel gioco in un rifugio, un mondo sostituito, virtuale» ha continuato.

Gaming patologico, la copertina del libro

Gaming patologico, i campanelli d’allarme

Questo tipo di problema colpisce adolescenti e bambini e anche adulti. Ovviamente, quando si pensa ai ragazzini l’obbligo a essere attenti aumenta sempre di più. Quali sono i campanelli d’allarme di cui dobbiamo tenere conto? «La preoccupazione eccessiva per il gioco, il disinteresse nello studio, la chiusura emotiva, l’irritabilità di fondo. Sono segnali che vanno colti in famiglia e anche a scuola, ecco perché andrebbero formati anche gli operatori scolastici che sono importanti sentinelle».

Anche se il ruolo dei genitori ha un valore essenziale. «I genitori hanno una relazione emotiva e affettiva stabile con i loro figli. Il genitore abbandonico che provoca una sofferenza psichica del bimbo, non si accorge di quello che sta succedendo al bambino. Mentre il genitore sensibile, attento, valido, pur preso da tante cose nella vita, sente che qualcosa non va. E con lui si può fare un percorso importante formativo» ha aggiunto la dottoressa Atzori.

Cosa fare?

La psicoterapia è sempre la strada principale?

«Prima della psicoterapia c’è la prevenzione. Ci sono progetti importanti come quello finanziato da Unione Europea e Ministero della Pubblica Istruzione, il Safer Internet Center – Generazioni connesse. Un portale web che dà informazione e formazione di supporto, con tanto di helpline una chat collegata al Telefono Azzurro. Sono importanti anche i percorsi di prevenzione nelle scuole con i corsi di educazione alla cittadinanza digitale. Se la situazione è più grave, ovviamente con la psicoterapia si andrà a lavorare sulla sensibilità» ha concluso la dottoressa Emanuela Atzori.

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Francesca Fiorentino

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