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La disabilità nel linguaggio, le parole da non usare

Comunicare in modo sano e corretto nei media e in famiglia

La Giornata Internazionale per le Persone con Disabilità proclamata dall’ONU nel 1981 con l’obiettivo di promuoverne i diritti e il benessere è stata occasione per affrontare il tema del linguaggio e delle parole che, troppo spesso, lasciano un segno indelebile nel cuore e nella mente di chi le ascolta.

A questo ha dedicato un approfondimento l’Ordine degli Psicologi del Veneto, che in questa giornata ha posto l’attenzione sul tema della disabilità nella comunicazione, sul linguaggio da usare e su come vengono presentate dai media le persone non normo dotate.

La dottoressa Federica Sandi ci ha accompagnati in questo approfondimento, mettendo a disposizione le sue competenze per ampliare la visuale del pubblico.

Ascolta il podcast con l’intervista integrale

La disabilità, cosa significa

Essa non è qualcosa di intrinseco della persona, ma si crea quando il soggetto entra in un mondo di barriere, quando non riesce più ad accedere ai servizi all’interno della società. Qui nasce quella distanza che non si riesce a colmare.

“Lo psicologo può svolgere un ruolo importante – spiega Federica Sandi – segretario e Consigliera dell’Ordine delle Psicologhe e Psicologi del Veneto -, può essere una risorsa per ridare dignità alla persona che vive questa particolare condizione, anche attraverso il linguaggio, la cultura dell’espressione, abbandonando vecchi modelli medici, assistenzialistici quali: “affetto da”, “malato di”, invalido, affetto o portatore di disabilità,  il termine disabile usato come sostantivo, diversamente abile o handicappato.

La disabilità ha bisogno delle giuste parole

Un’espressione fortemente disapprovata dalle associazioni di persone disabili è “costretto sulla sedia a rotelle”, in quanto, per loro la carrozzina non rappresenta nessuna costrizione, anzi è un mezzo di libertà, di autonomia per chi non ha mai camminato o non può più camminare. Esistono, invece, altre espressioni, i “termini rispettosi” che mettono la persona prima di tutto: “persona/ragazzo/bambino con disabilità” o “persona disabile” per abbreviare. Parliamo di disabili e ci dimentichiamo la persona con le sue caratteristiche”. 

Tre modelli di disabilità

E’ possibile suddividere le notizie che riguardano quest’ambito in tre modelli. In un contesto di informazione “sanitaria”, essa è presentata come una malattia che rende coloro che ci convivono dipendenti dal personale sanitario per cure e assistenza.

La disabilità e le barriere architettoniche

Nel modello “patologia sociale”, le stesse sono presentate come individui svantaggiati, che si appellano allo Stato o alla società per ricevere sostegno economico come dono e non come diritto.

La tendenza, inoltre, è anche di parlare di “super disabili” con capacità eccezionali, fonte di ispirazione per chi non vive questa condizione, e speciali perché convivono con differenze sostanziali. Ma questa condizione è tanto altro, è una situazione di vita con cui la persona vive e che può comportare anche, ma non solo, difficoltà individuali, in famiglia e in società”.

Il tema tocca molto da vicino anche i genitori con figli con disabilità, una genitorialità complessa.

La comunicazione giusta nella disabilità

«La comunicazione che dovrebbe avvenire tra genitori e figli quando ci troviamo di fronte a questa difficile e complessa condizione, può essere un momento doloroso e di ansia – ci spiega Francesca Pergolizzi, Psicologa e psicoterapeuta -, soprattutto se quest’ultima interferisce con la possibilità di interagire mediante le parole, e questo accade nel caso di figli autistici.  Ma qualcosa sta cambiando.

Si parla meno del disturbo del bambino/ragazzo e più dei punti di forza e delle potenzialità. È necessario aiutare i genitori a trovare modi diversi di interagire rispetto a quelli che conosciamo e che possono sostituirsi al linguaggio verbale. È fondamentale cercare di creare azioni che vadano verso il figlio utilizzando “codici” accessibili a lui.

In quale modo? Prima di tutto accogliendo e sostenendo i genitori in quello che riguarda la propria sofferenza e far capire che guardando oltre c’è qualcosa di meraviglioso, ovvero la possibilità di mettersi in contatto con i propri figli con consapevolezza, la possibilità di sincronizzarsi con lo stato emotivo del proprio figlio, stare nei tempi del bambino con autismo, a volte rallentati, e accogliere questa modalità di comunicazione”.

Leggi anche il nostro articolo “Attività fisica e disabilità, tanti benefici”

Eva Franceschini

Ufficio Stampa Ordine degli Psicologi del Veneto

Fonte immagini: Pexels e Freepik

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