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Dipendenza dal cibo, ne soffre oltre 1 milione di studenti e dormono poco

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Dipendenza dal cibo, ne soffre più di un milione di studenti italiani. ll dato emerge da uno studio di prevalenza delle dipendenze comportamentali in un campione rappresentativo della popolazione scolastica italiana (11-17 anni), cosiddetta generazione Z, condotto dall’Istituto Superiore di Sanità ISS in collaborazione anche con Novella Fronda, la Fondazione milanese- padovana che da anni si occupa di prevenzione delle dipendenze. Che cosa succede nel cervello dei ragazzi?

Sono numeri “forti”. ll focus della Fondazione Novella Fronda riguarda in particolare la connessione tra la dipendenza da cibo e il sonno, tema caro alla Fondazione. E noi siamo “entrati” nella ricerca accompagnati dal Prof. Luigi Gallimberti, psichiatra e tossicologo, presidente di Novella Fronda.

«Per spiegare lo studio dobbiamo fare una rapida panoramica su come si stanno muovendo le cose nel mondo e in particolare in determinati continenti – ci dice il prof. Gallimberti -. Per circa 30 anni, ma soprattutto negli ultimi 10, ci sono state delle rivoluzioni dovute all’avvento del web. Nel nostro cervello esistono una serie di neurotrasmettitori che ne consentono il buon funzionamento, tra questi la dopamina che produce piacere e più viene stimolata, più la assecondi dando piacere e più ne senti il bisogno. L’altro neurotrasmettitore e la serotonina, che ha a che vedere con la felicità ma deve essere stimolato e per questo bisogna essere in due, ovvero non si può stare bene ed essere contenti per merito della serotonina se non ci sono almeno due persone.

Che cosa è successo quindi negli ultimi anni? Il sovraccarico enorme di stimolazioni che colpiscono il sistema dopaminagico e portano ad una progressiva sensazione di tristezza, di solitudine, di vuoto che i ragazzi cercano di riempire per sentirsi meglio.

Dipendenza dal cibo per riempire i vuoti
Pixabay/ Alla ricerca del cibo per riempire i vuoti

E il cibo è la cosa più a portata di tutti e questo vuoto, questa solitudine che ha un’origine cerebrale (ricordiamo che tutti gli studi politici, economici, psicoeducativi, psicologici, psicoanalitici di solito trascurano la presenza del cervello ma nessuna manifestazione umana può avvenire senza) ha generato nei giovani la necessità di cercare e di trovare nella iperalimentazione una strategia per far fonte a questa solitudine».

I numeri dello studio e la connessione tra la dipendenza da cibo e il sonno

Dall’indagine emerge in particolare che il 28.8% degli oltre 3000 ragazzi del campione riferisce sintomi riconducibili ad una dipendenza da cibo. In particolare infatti i ragazzi nella fascia d’età 11-13 anni che riferiscono di avere una dipendenza da cibo riportano di dormire meno di sei ore per notte quasi il doppio delle volte rispetto a chi non ha dipendenza da cibo (34,36% vs 17, 3%). Inoltre, in questa fascia d’età i ragazzi con dipendenza da cibo che riportano tempi di addormentamento superiori ai 45 minuti sono più del doppio rispetto a coloro che non hanno riferito suddetta dipendenza (23.3% vs 11%). 

Analizzando la fascia d’età 14-17 anni, la proporzione di ragazzi che riferiscono una scarsa qualità del sonno tra coloro che manifestano una dipendenza da cibo aumenta del 68% (77,17%) rispetto alla medesima proporzione in coloro che non hanno la dipendenza (45,9%).

Connessione tra dipendenza dal cibo e sonno
Unsplash/La deprivazione di sonno aumenta l’appetito

«Ci sono approfondimenti in corso, ma possiamo affermare che tanto più grave è la situazione, quanto più giovane è un cervello. Se si interviene su un soggetto di 17 anni si hanno sicuramente meno danni rispetto a un bambino di 11 anni. Attraverso gli aspetti neurobiologici è possibile a spiegare il meccanismo che crea la correlazione tra dipendenza dal cibo e la deprivazione di sonno. Lo stomaco produce la grelina, un ormone che stimola l’appetito e trasmette al cervello il messaggio della fame. Dormendo poco si alza il livello di questo ormone e l’appetito aumenta.»

In mancanza di terapie puntiamo sulla prevenzione

Purtroppo  non esistono terapie considerate efficaci nel trattamento di questi disturbi, che, anche in termini economici, hanno un’enorme ricaduta economica sul versante del sistema sanitario nazionale e su quello familiare. Ad affermarlo anche un luminare della materia, lo psichiatra e neuroscienziato, Karl Deisserroth nel suo recente libro Proiezioni. Una storia delle emozioni umane. Ecco perché diventa necessario puntare sulla prevenzione.

«Per curare disturbi alimentari, bulimici/anoressici ad oggi non ci sono terapie. Ci resta la strada della prevenzione. Con la mia equipe e come Fondazione stiamo cercando di raggiungere la popolazione, non direttamente, tra 1 e 5 anni come l’ultimo progetto Cariparo ha dimostrato nel quale i ragazzi dormono nel 25% dei casi meno di quello che dovrebbero. Nel 2015 erano al 10%. Vogliamo insegnare ai genitori a modificare l’assetto culturale oggi prevalente che il sonno è fondamentale come il pane, deve passare il messaggio che ragazzi devono dormire le ore giuste ed evitare di dare loro tutto e subito. Rafforzare la capacità di controllare i propri impulsi sarebbe sufficiente per capovolgere la situazione, il modo più veloce ed efficace di uccidere in loro la possibilità di provare piacere nel cibo.

“Il sonno è un’esigenza primaria come il mangiare e il bere”. Ma cosa è successo dal 2015 ad oggi?

L’avvento del web ha rovesciato completamente il mondo portando benefici, sono “rivoluzioni” in grado di modificare la società ma oggi i progressi che noi facciamo sono tanto utili alla società quanto pericolosi. I device proprio per loro natura sono in grado di fornire qualsiasi risposta con grande rapidità battendo in questo la dopamina, velocità che impedisce ai ragazzi di avere poca capacità di fornire al cervello quei pochi secondi fondamentali non solo per il passaggio dell’informazione da un neurone all’altro ma anche per essere depositata nell’ippocampo, ovvero il serbatoio della memoria. Conseguentemente i ragazzi crescono senza una memoria solida, senza la capacità di controllare l’impulso che richiede al soggetto di “aspettare” in quanto lo stimolo che arriva dai device non permette alcun tipo di attesa.

uso improprio dei device
L’uso improprio dei device