«La solitudine è la malattia più diffusa tra gli anziani e la più difficile a cui trovare una cura». Il professor Giuseppe Sergi, direttore dell’UOC Geriatria dell’Azienda Ospedale Università di Padova non ha dubbi nell’individuare la ferita più profonda dei “non-più-giovani”, una categoria che in Italia rappresenta oltre il 24% della popolazione (1 persona su cinque ha più di 65 anni)
Ascolta il podcast con l’intervista al prof. Giuseppe Sergi, direttore dell’ UOC Geriatria dell’Azienda Ospedale Università di Padova
Questa percentuale pone l’Italia (insieme al Portogallo) al primo posto su scala mondiale nella classifica dei Paesi con il più alto tasso di anzianità. Una medaglia la cui altra faccia è rappresentata dall’aumento dell’aspettativa di vita. In tre anni l’età media dei pazienti all’ospedale Sant’Antonio di Padova è aumentata di due anni, passando dagli 85,3 del 2021 agli 87,4 del 2024.

Un fattore talmente rilevante da modificare la definizione stessa di “soggetto anziano”, che sta iniziando a considerarsi tale a partire dai 75 anni d’età (10 anni in più rispetto al precedente riferimento). Le conseguenze dell’attuale fenomeno di lunga vita, dal punto di vista medico, non sono molto positive: il paziente, infatti, arriva in ospedale in uno stato di deterioramento fisico molto acuto che spesso è legato alla compresenza di molteplici problematiche (molte di più rispetto a quelle che hanno portato l’anziano a richiedere l’intervento di specialisti).
Anziani, la fotografia degli over 75 in Italia
«Tra le diagnosi più frequenti lo scorso anno in Geriatria – spiega il dottor Sergi – spicca il numero di casi di malattie infettive (219), seguito dagli scompensi cardiaci (91), insufficienza renale acuta (38), insufficienza respiratoria (36) e intasamento intestinale (17). Per far fronte alle numerose richieste di ricovero, lo scorso anno è stato portato a termine anche il progetto relativo all’ospedale di comunità, la cui sede si trova in via Giustiniani, e che ha permesso di mettere a disposizione dei malati anziani 50 nuovi posti letto che fanno riferimento a ben 36 unità operative complesse, ovvero che provengono sostanzialmente da tutti i dipartimenti dell’Azienda».
Al tempo stesso il tempo di permanenza del paziente nella struttura ospedaliera si è ridotto notevolmente: il periodo di degenza è passato da una media di 12 giorni del 2022 a una di 9 giorni nel 2024.

Un dato preoccupante se si considera che solo il 3% dei pazienti in cura nel dipartimento di Geriatria sono considerati indipendenti: «In una società in cui un altissimo numero di anziani si ritrova a dover affrontare gli ultimi anni della vita in condizioni di solitudine, si intuisce con facilità che il problema non si risolve con la dimissione del paziente – continua il dottor Giuseppe Sergi – Nel nostro territorio, solo il 30% dei pazienti rientra nel proprio domicilio, mentre il 44% risulta allocato nelle Rsa e per il restante 26% sono previste cure di fine vita, riservate a quei pazienti che presentano una malattia incurabile e progressiva in fase avanzata e caratterizzata da prognosi infausta».
Proprio la solitudine e la conseguente sensazione di abbandono sono alla base dell’ aumento esponenziale delle richieste di supporto psicologico: «Purtroppo una volta che i sanitari non seguono più i pazienti, questi si trovano a dover gestire un autonomia di cui per ovvie ragioni non possono disporre – spiega Sergi – Le famiglie ristrette, i nuclei familiari sempre più ridotti, i figli che lavorano fuori città o addirittura in altri Paesi, i nipoti che o non ci sono o sono pochi, l’età che aumenta e quindi porta a tante situazioni di vedovanza sono tutte condizioni che rendono poco roseo il futuro dei nostri anziani.
L’unico vantaggio di questo periodo storico, a mio avviso, è la tecnologia: la connessione virtuale permette anche alle “vecchie guardie” di utilizzare i nuovi strumenti di socialità che danno loro la possibilità di interagire da remoto con i loro cari».
