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Terapie mirate contro l’Alzheimer, la ricerca di un team italiano

Malattia di Alzheimer e neuro-infiammazione mediata da ATP – La ricerca avanza verso il contrasto a questa patologia degenerativa.

L’organizzazione statunitense Cure Alzheimer’s Fund finanzia per la prima volta un team interuniversitario guidato dai professori Paola Pizzo, del Dipartimento di Scienze Biomediche dell’Università di Padova, e Francesco Di Virgilio dell’Università di Ferrara. I ricercatori studieranno il ruolo della neuro‐infiammazione mediata dalla molecola ATP, allo scopo di sviluppare delle terapie mirate e precoci per contrastare la patologia neurodegenerativa.

Contrastare la demenza

L’Alzheimer, 44 milioni di persone colpite da demenza nel mondo

In Italia, più di un milione di persone soffrono di Alzheimer, e in tutto il mondo sono oltre 44 milioni le persone che devono confrontarsi con la demenza, circostanza che rende la crisi sanitaria globale malattia una che deve essere affrontata.

Una diagnosi del morbo di Alzheimer cambia la vita delle persone colpite da questa malattia e anche delle loro famiglie e amici, che hanno bisogno di essere sostenuti dalle istituzioni e dalla sanità.

Passi avanti verso la cura dell’Alzheimer

Il Cure Alzheimer’s Fund è una delle maggiori organizzazioni nonprofit statunitensi che finanziano le ricerche sul morbo di Alzheimer, e ha deciso di finanziare un progetto di ricerca collaborativo biennale, l’unico in Italia, dell’importo di 345.000 dollari proposto dai Laboratori della professoressa Paola Pizzo e del professor Francesco Di Virgilio, dell’Università di Ferrara.

Il progetto è stato considerato molto innovativo dal Comitato Scientifico di selezione: si propone di studiare la neuro‐infiammazione che caratterizza questa malattia, e di sviluppare un protocollo terapeutico sperimentale basato sulla modulazione di un particolare recettore per l’ATP, presente soprattutto nelle cellule non‐neuronali, e sul controllo dei livelli extracellulari di ATP in una parte cerebrale.

La professoressa Paola Pizzo si occupa da tempo dello studio del morbo di Alzheimer, in particolare dei meccanismi cellulari alla base della neurodegenerazione, nelle forme genetiche molto aggressive e precoci della patologia.

Il professor Francesco Di Virgilio, invece, è un leader internazionale nello studio dell’infiammazione mediata dalla molecola extracellulare ATP, attraverso la sua interazione con un recettore, soprattutto in ambito oncologico e nelle malattie infiammatorie croniche.

La ricerca è importante per contrastare l’Alzheimer

La malattia di Alzheimer, necessario proseguire nella ricerca

E’ considerata la forma più comune di demenza nel mondo, è stata oggetto di intensi studi sperimentali e clinici per molti decenni, ma non è stata ancora individuata una terapia efficace. Molti ricercatori sono convinti che le attuali strategie di ricerca non abbiano alcun futuro. Questo ha portato alcune delle più importanti ditte farmaceutiche ad abbandonare la ricerca su questa malattia. Quindi, tutte le principali associazioni internazionali che sostengono gli studi in questo campo, sollecitano con urgenza idee originali che indichino nuovi approcci terapeutici.

Il team interuniversitario italiano, guidato da Pizzo e Di Virgilio, è stato riconosciuto come indiscusso gruppo di riferimento internazionale per entrambi questi temi di ricerca, la malattia di Alzheimer e il segnale infiammatorio innescato dall’ATP extracellulare e da un recettore specifico.

«La nostra ricerca – spiega Paola Pizzo –, ha lo scopo di individuare dei meccanismi precoci di attivazione dell’infiammazione cerebrale che potenzia e amplifica la neurodegenerazione caratterizzante la malattia. Un ruolo importante in questo è svolto dalle cellule non neuronali della microglia che rispondono ad un segnale, l’ATP extracellulare, principalmente attraverso il recettore P2X7. È stato dimostrato che nell’interstizio cerebrale infiammato sono presenti alte concentrazioni di questa molecola segnale, responsabili dell’innesco di una cascata amplificativa di eventi culminanti nella morte neuronale – continua Pizzo –. Andando a modulare o a bloccare l’attività del recettore, auspichiamo di ridurre di molto tali fenomeni, preservando la funzionalità neuronale».

Il progetto di ricerca prevede anche uno studio in campioni biologici (sangue e liquor) raccolti da pazienti con disturbi cognitivi lievi, o con morbo di Alzheimer, forniti dal dottor Carlo Gabelli, direttore del Centro di Ricerca dell’Invecchiamento Cerebrale (CRIC) dell’Azienda Ospedaliera di Padova, così da determinare se la presenza del recettore P2X7 attivato in fluidi periferici può essere considerato un biomarcatore precoce di neurodegenerazione.

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Redazione

Fonte immagini: Pexels

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